Nicola Mattina

Imprenditore, docente e investitore, Nicola lavora da oltre 20 anni nella trasformazione digitale di aziende e organizzazioni complesse. È cofounder e investitore di Stamplay, mentor dei principali programmi di accelerazione italiani, nonchè fondatore della Innovation School of Rome.

Nicola, quando ti sei avvicinato al tema del digitale?
Quando i computer avevano il monitor a fosfori verdi, quando c’erano ancora i floppy disk da cinque pollici al posto degli hard-disk e Internet non esisteva!

Ho cominciato a giocare con i computer negli anni Ottanta del secolo scorso. Ricordo ancora il mio stupore quando il padre di un mio amico che lavorava in IBM, portò a casa uno dei primi portatili: aveva lo schermo con il tubo catodico ed era grande più o meno come un trolley.
A metà degli anni Novanta ho cominciato a giocare con Internet, ma ancora non c’era il web. Nel 1997 ho fondato la mia prima startup: si chiamava Wikey, doveva realizzare prodotti per la prima versione internet mobile e tante altre cose.

In realtà, ciò che più mi affascina del mondo digitale è l’uso che l’uomo fa della tecnologia. Ecco perchè non ho mai imparato a programmare, ma ho sempre preferito progettare le esperienze e studiare gli effetti sulla società.

Come nasce l’idea di fondare Stamplay e quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato durante lo sviluppo della startup?
Inizialmente Stamplay nasce come soluzione per permettere ai marketer di sviluppare software. Successivamente ci siamo resi conto che non riuscivamo a costruire un prodotto potente e flessibile che fosse alla portata di un non-programmatore. Così abbiamo cambiato velocemente strada spostando progressivamente il customer segment e indirizzando il prodotto ai developer,  facendo evolvere così la value proposition.
Oggi Stamplay è una soluzione che permette alle aziende di integrare piattaforme di business in cloud come Salesforce, Box o Cisco. Siamo diventati uno strumento a supporto delle attività di system integration e ci rivolgiamo a un mercato molto difficile, con dei cicli di vendita molto lunghi. Questo è il nostro principale problema oggi! Qualunque trattativa che avviamo dura mesi e ci sono clienti che si convincono solo dopo una lunga sequenza di telefonate e incontri. Vendere ai reparti IT delle grandi aziende è un delirio!

Quali sono gli errori che hai visto fare con più frequenza alle tante startup a cui hai fatto da mentor?
Le aziende falliscono perché non vendono, quindi l’errore principale sta sempre nel non comprendere adeguatamente il mercato che si vuole servire. Non accade solo alle startup, anche le aziende consolidate possono perdere il contatto con il cliente e con i suoi obiettivi. Ovviamente, per una startup è ancora più probabile perchè la difficoltà iniziale sta proprio nel trovare il giusto mix di elementi che renda un prodotto desiderabile e un business sostenibile.

Da circa un anno stai lavorando assiduamente alla Innovation School of Rome. Che cos’è e come funziona?
In realtà molto meno. Ho annunciato l’iniziativa all’inizio del 2018 e ho cominciato a lavorare al programma e al set-up del progetto poco dopo. Abbiamo approcciato la progettazione usando le tecniche che vogliamo insegnare: interviste e analisi dei bisogni degli aspiranti imprenditori. Abbiamo capito che quasi tutti hanno un’infarinatura su strumenti e metodi come lean startup e customer development, ma la stragrande maggioranza fa fatica a orientarsi e non ha capito come funziona realmente il processo.
La gente tende ad avere una comprensione molto superficiale delle cose, lo si vede da come discutono online: si fanno un’opinione qualsiasi di un argomento e poi partono a difendere la propria opinione. È un meccanismo molto pericoloso per chi vuole fare innovazione. Chi sviluppa prodotti, infatti, deve avere una sana curiosità verso gli altri e deve cercare di capire come funzionano le cose, non evangelizzare gli altri su come pensa che dovrebbero funzionare.